Seleziona una pagina

C’è una cosa che impariamo fin dai primi anni di scuola: essere giudicati.

Il voto viene utilizzato come unico e assoluto strumento di valutazione, ma anche come una clava con cui minacciare l’alunno (“se non la smetti ti metto un quattro”)…

C’è una cosa che impariamo fin dai primi anni di scuola: essere giudicati.

Il voto viene utilizzato come unico e assoluto strumento di valutazione, ma anche come una clava con cui minacciare l’alunno (“se non la smetti ti metto un quattro”).

Ognuno reagisce a proprio modo.

C’è chi sfrutta la propria genialità nei compiti in classe per copiare. Si comincia con gli appunti sotto il banco o nell’astuccio, poi ognuno prende la propria strada. Io ad esempio registravo i libri su tracce mp3 che poi mi riascoltavo in classe grazie a un complesso intreccio di auricolari nascosti. Altri tentano simili avanguardie, con esiti più o meno catastrofici.

Altri ancora scelgono quella che in fondo è la strada più semplice: studiare. Per reale curiosità, per fare bella figura, perché a casa si annoiano, per avere quel premio promesso dai genitori.

Poi ci sono quelli che se ne sbattono perché “sono troppo figo per studiare e alle ragazze piacciono quelli che vanno controcorrente”, e quando prendono un brutto voto fanno le vittime del sistema.

Tu a quale gruppo appartenevi?

In ogni caso, l’effetto è il medesimo per tutti: ingabbiarsi in un personaggio, la paura di essere giudicati, il voler fare una buona impressione. Vediamoli meglio.

L’equivalente dell’esame, oggi, è un colloquio. Capita a molti di sentirsi come davanti a un plotone di esecuzione. In certi casi questo “effetto colloquio” lo si ha anche in situazioni molto più informali, come una festa dove non si conosce nessuno. Da dove deriva?

L’evoluzione dell’uomo ha radici profondissime. Nella preistoria la paura si riassumeva nella figura dell’animale feroce. Era giusto temere ciò che non si conosceva, perché i pericoli mortali erano ovunque. Oggi non ha una forma così chiara. Paura di non raggiungere i propri sogni, o di avere i sogni sbagliati, tanto da arrivare ad avere paura di sognare. Paura di esporsi troppo, o troppo poco. Paura di perdere il lavoro, di perdere il treno giusto, di non trovare il partner della vita, di doversi accontentare. Il lupo da temere, oggi, siamo noi stessi, la nostra emotività. Mai nella storia dell’uomo ci sono state così tante possibilità di crescita personale. Eppure, davanti a tante possibilità ci sentiamo perduti: come l’uomo primitivo, abbiamo paura di uscire dalla nostra grotta.

E’ un sentimento atavico: tendiamo a rintanarci nelle nostre sicurezze, più o meno condivisibili.

(ho provato questa sensazione pochi minuti fa. Ero in una gelateria con una miriade di vaschette, di stimoli colorati. Troppi gusti, troppo variopinti ai miei occhi: alla fine ho preso il solito pistacchio e nocciola, come sempre).

Ci chiudiamo in routine consolidate, abitudini che si ripetono. Se abbiamo scelto con cura questa quotidianità, riempiendola di ciò che amiamo davvero fare, avremo giornate stimolanti e serene. Se invece è imposta dall’esterno, un “esterno” vago alla Orwell che nemmeno riconosciamo, e la accettiamo di buon grado senza preoccuparcene troppo, finisce con il diventare una gabbia dorata. Ce ne lamentiamo, vorremmo uscirne, desideriamo fuggire, ma ormai siamo intrappolati in un grumo di certezze autoprodotte che da un lato ci mettono al riparo dai pericoli, dall’altro ci impediscono di crescere. Finendo con il metterci davvero in situazione di pericolo.

Risultato? Viviamo la vita che gli altri hanno scelto per noi. Avete mai provato la sensazione che la vita vi scorre di fianco, come foste spettatori della vostra esistenza? Ragionando in questo modo non scopriremo mai le nostre abilità, i nostri desideri più profondi.

Non ha solo un valore filosofico, ma molto pratico. Secondo Darwin (pare) a sopravvivere non è la specie più forte, e nemmeno la più intelligente, ma quella che si adatta meglio. Nella vita di ogni giorno capita di dover risolvere problemi nuovi, imprevisti. Se applicate per abitudine le stesse risposte alle stesse domande, davanti a un imprevisto non avrete gli strumenti per affrontarlo, vi sentirete bloccati.

Con il risultato di chiudervi ancora più all’interno della vostra zona di comfort, per allontanare la paura. E vi metterete sempre meno in gioco: non affronterete più un colloquio per timore di fallire, preferendo lamentarvi dell’attuale lavoro; non conoscerete più persone nuove per pigrizia e per timore di essere mal giudicati, mantenendo in piedi amicizie stantie che hanno smesso da tempo di stimolarvi; smetterete di aggiornarvi, di studiare, perché tanto “non serve a nulla”.

Il rinunciare in partenza alimenta l’insicurezza. Pensare che un obiettivo è irraggiungibile lo renderà davvero tale ai vostri occhi, rendendo inutile tentare l’impresa. E anche se proverete, probabilmente fallirete, perché lo affronterete senza la necessaria consapevolezza, già pronti a dire “tanto lo sapevo che sarebbe finita male”.

Non uscire dalla zona di comfort significa alimentare una paura che, in un circolo vizioso, restringerà sempre di più questa gabbia: se avete paura, rinunciando in partenza e rimanendo inchiodati alle proprie abitudini, non ci proverete. E non provandoci, la paura si radica e diventa sempre più ingombrante. Gli anziani vivono in un mondo a loro incomprensibile, e si chiudono in zone di comfort sempre più anguste. Cominciano con l’uscire meno di casa (al di là dei problemi fisici), e finiscono con il ripetere ogni giorno certe abitudini. Il telegiornale è un appuntamento sacro. Non buttano via nulla, perché ogni oggetto è un ancoraggio a un elemento di senso compiuto, che una volta tolto lascerà un vuoto pauroso.

Quanti di voi a 30, 40 anni sentono già questi sintomi? Quanti preferiscono una rassicurante prevedibilità (salvo poi lamentarsi della piattezza della propria esistenza, e spararsi dei sabato sera super alcolici o rifugiarsi in qualche sorta di religione new age, dall’oroscopo all’agricoltura biodinamica, pur di darsi una narrazione più avventurosa, o almeno imprevedibile)?

Qual è la ricetta?

Riappropriamoci, lentamente, della nostra vita. Scegliamo noi la nostra quotidianità, prendiamoci cura di noi stessi. Molti sostengono di non averne il tempo, salvo poi passare il proprio tempo libero giocando a candy crash o a guardare film in tv di cui si farebbe pure a meno. Questo perché si arriva a sera stanchissimi, e si va alla ricerca di qualcosa per staccare il cervello, stremati, incapaci di fare altro. E se invece cercassimo, a monte, di evitare quella stanchezza occupandoci di cose stimolanti?

Non si tratta tanto di sommare corsi, sviluppare abilità: siamo molto più che curriculum. Quale passione avevi che hai lasciato cadere senza un valido motivo? Cosa ti fa sentire davvero bene? Cosa ti dà emozioni positive?

Dedica tempo alla ricerca di queste risposte, sono meno banali di quanto appaiono. Ognuno ha le proprie, e spesso non sono condivise dagli altri, se non addirittura derise. Questo non deve preoccuparti.

Le paure si affrontano conoscendole, studiandole. La paura, di base, è una nostra alleata, perché ci protegge dalle situazioni di pericolo. Realizzare i nostri sogni è un pericolo o un’opportunità che abbiamo il privilegio di avere? La risposta non è semplice, né univoca. Ma non possiamo dare per scontato che uscire dalla nostra zona di comfort sia una situazione di pericolo. La paura di volare, ad esempio, è irrazionale, perché statisticamente parlando l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro.

Pensate a un obiettivo che vi piacerebbe raggiungere e chiedetevi perché non è ancora successo. Cosa vi allontana da esso? Quali basi ha la pigrizia che vi frena? E su quali fondamenta poggia la paura? Hanno davvero senso?

Datevi un obiettivo semplice da raggiungere in tempo breve. Se volete imparare a fare fotografie, cercate delle mostre in zona. Utilizzate i social per aggiornarvi e restare in contatto con i professionisti che più vi piacciono, guardate in biblioteca quali testi gratuiti vi possono insegnare di più sull’argomento. Quando avrete preso dimestichezza, iscrivetevi a un corso. Nel mentre, fate pratica.

Stilate una timeline, impegnatevi a rispettarla. L’obiettivo finale sarà importante, ma avvicinatevi a piccoli passi. Inizialmente avrà l’aspetto di un gioco inutile, vi sembrerà forse di prendere in giro voi stessi, poi vi sembrerà sempre più concreto, realizzabile. Fino a quando la curiosità e la voglia di aggiornarvi diventerà un’abitudine.

Il vostro lavoro comincerà davvero ad andarvi stretto, al di là delle lamentele. E saprete come cambiarlo: con lo studio, tramite nuove competenze, la voglia di mettervi in gioco. Non lo farete più per prendere un bel voto o fare bella figura, lo farete per voi stessi. Vi sentirete padroni del vostro destino, quindi più liberi, indipendenti, sprigionerete energia positiva (per altro la vostra situazione sociale ne guadagnerà: nessuno ha voglia di stare con una persona che si lamenta).